Storie Turche #1
Reset /// tornando alla lettura e alla scrittura, tornando alla mente adamantina degli anni'90. Vuoi venire con me?
A volte non c’è neppure bisogno di un buon proposito.
Semplicemente qualcosa in fondo alla tua anima ti viene in soccorso, e inizi a lasciar cadere senza paura strati di cose inutili. Il rumore dei social, di internet si fa assordante, le videochiamate in treno, tutte nello stesso tempo, di tutti, le notifiche a tutto volume, contro ogni senso, per me che non so neppure quale sia la mia suoneria.
E so che io sono nata per raccontare storie, per vivere avventure e condividere la bellezza della vita e degli incontri.
Non per essere mera spettatrice di bombardamenti visivi e concettuali che inquinano non solo i miei ricordi, ma il mio presente.
E mi ritrovo con un libro in mano, Amici di una vita, di Hisham Matar, un libro dentro cui mi tuffo, che mi causa emozioni profonde, in cui la scrittura dell’autore, un autore libico meraviglioso, afferra dal mio passato un’esperienza e me la riporta, chiara e stupenda davanti agli occhi, nel cuore, lì dove si è incastonata per sempre, e mi restituisce generosamente quell’ultimo giorno dell’anno a Istanbul, vicino alla torre di Galata.
Eravamo tornate la notte prima dalla Cappadocia (ma questa è un’altra storia), io e D., amica di sempre. Addormentate in un salotto di Istanbul anni ‘70 pieno di piante, ci aveva svegliato un suo amico, con fili di perle e barba e una teiera di tè turco, frutta e yogurt. Si organizzava il Capodanno, nell’altra parte della città, a casa di questa ragazza sudanese, se ne parlava come di una diva tipo Nina Simone e ha il nome di una regina. Era arrivata a piedi dal Sudan, e poi sui barconi, lei queer, contro tutti e tutto e ogni speranza, lei ce l’aveva fatta, e insieme alla sua compagna spagnola ci avevano invitati quella notte ad una festa che si prefigurava the place to be.
Per me va bene tutto! Dissi tirando fuori dal mio zainetto le ultime cose pulite. Vado a fare una passeggiata. Non vedevo l’ora di rivedere Istanbul, mancavo da 11 anni dalla città. Tanti ricordi, una città che malgrado tutto ha segnato delle svolte importanti nella mia vita, come quella che stava per avvenire. Amo Istiklal.
Compro un simit ed evito il tram, bevo un altro tè, e vado verso Galata. Come è cambiata la città, pensavo quel 31 dicembre 2014. La neve scendeva, e pensavo a quella terrazza poco lontano da lì in cui cucinavo per tutti nell’estate del 2003, quando Filiz, mi strappò ai fornelli e mi portò a casa sua, per insegnarmi il messaggio ai piedi. Mi ero fissata, coi massaggi ai piedi, dopo che su una spiaggia al sud, raggiungibile solo con la barca in cui io e D. avevamo dormito sulla spiaggia per settimane, e avevo incontrato uno dei ragazzi più belli del mondo, la cui foto insieme, ancora oggi, raggiunge la perfezione e riassume quell’incontro, legato anche a quella casa, a quel quartiere e a quella terrazza. Ma questa è un’altra storia. Ci sono tante altre mie storie a Istanbul, scendendo fino al sud, fino ai fuochi fatui di Olympos, con tante tappe intermedie.
Fra un pensiero e un fiocco di neve, entrai in un caffè, dalla grande vetrata che dava sulla discesa. E mentre guardavo verso il bancone, li vidi entrare.
Un uomo, bellissimo, dalla carnagione scura e un pò di barbetta, e un ragazzino biondo, bianchissimo.
Lui mi sorrise dolce come il salep (una bevanda alle orchidee) e si sedettero proprio di fronte a me.
Partì il mio film, su quella strana coppia. Secondo me, lui era un emigrato turco in Germania, e aveva fatto questo bambino con una tedesca, che in quel momento sarà stata in giro a comprare tappeti e chincaglierie. Il figlio aveva evidentemente preso tutto dalla mamma, pensavo osservando la loro tenera complicità.
Peccato, pensai, bevendo il mio salep e ridendo dentro di me.
Istanbul mi regalava un sacco di finestre sulle vite altrui, un sacco di avventure e amori brevi ma eterni.
Pagai il mio conto, e prima di andare pensai che non potevo non rispondere a quel sorriso.
Mi giro e glielo regalo, e felice me ne vado. Flirting is not a sin, ci piace ripetere con le mie amiche.
E mentre tornavo a casa dai ragazzi, su Istiklal sento una mano poggiarsi sul mio braccio. Sorry... Mi giro ed è lui.
You are so nice, mi dice impacciato. Iniziamo a parlare e mi chiede cosa avrei fatto quella sera. Scusa, ma tu non sei con la tua famiglia? gli chiedo.
Ride, bellissimo e gentile fra i suoi ricci neri a contrasto con la strada sempre più imbiancata dalla neve.
Mi spiega che lui è il baby sitter di questa ricca famiglia tedesca, e che quella sera sarebbe stato solo. Veniva dalla Libia.
La Libia. Quel luogo così vicino e così lontano, per un siciliano. Quel luogo a cui sai di appartenere, e che ti appartiene nel cuore, ma che è ingiustamente invalicabile in un senso e nell’altro, a costo della vita. La Libia che ti chiama dall’altra parte del Mediterraneo, che ha il tuo dna e tu hai il suo, che chiede abbracci spezzati dal mare, che vorresti curare, come i bambini quando con le loro manine vorrebbero curare gli adulti, non sapendo che è troppo grande il dolore degli adulti per quelle manine, e che poco ha a che fare con quel graffio a cui attribuiscono quel dolore dell’anima.
Va bene, gli dico e gli do appuntamento allo stesso bar in cui ci siamo incontrati alle 23.
C’è una festa stanotte, gli dico, a cui penso forse dovresti venire, potresti incontrare una sorella, una persona importante per te.
Vuoi leggere queste mie storie di vita?
(la storia continua alla prossima newsletter)


